venerdì 11 gennaio 2019

Il Fabrizio De André che ho dentro

Oggi ricorre il ventennale della scomparsa di Fabrizio De André. Voglio ricordarlo attraverso le sue parole, il solo modo che ritengo utile a chi non lo conosce o a chi non ha mai approfondito il suo pensiero. Sono citazioni prese da interviste o da libri che in più di vent'anni ho tenuto appuntate in un quaderno. Sono parole che mi hanno fatto pensare e crescere.
Spero possano servire anche a voi. 

Xilografia di Stephen Alcorn


Come si diventa libertari? O hai frequentato un ambiente libertario, cosa che ho fatto io fino a diciotto anni, oppure perché hai un impulso a pensare che il mondo debba essere giusto, che tutti debbano come minimo avere le stesse opportunità per potersi esprimere ed evolvere.

C'è chi riesce a trasformare il disagio in sogno e chi no, e resta prigioniero di sé e degli altri.

Dopo il '68 si è notato un miglioramento: la libertà sessuale e quella d'informazione, due tipi di libertà che rendono l'uomo autocosciente e quindi pericoloso per  lo stato.


Dal punto di vista ideologico sono sicuramente anarchico. Sono uno abbastanza civile da riuscire a governarsi per conto proprio e, con fiducia, attribuisco agli altri le stesse capacità.

Quando saremo allo sfascio l'individuo tornerà ad essere tale. Una rinascita la vedo solo tramite una catastrofe sociale di tutte quelle micro-società che si chiamano nazioni: rinascita degli uomini che penseranno in primo luogo di appartenere ad una sola razza: la razza umana.


Il grosso problema di ogni rivoluzionario è che una volta preso il potere, i rivoluzionari cessano di essere tali per diventare amministratori.

Le canzoni non cambiano il mondo, al massimo possono sensibilizzare le persone ad una presa di coscienza collettiva. Prima di questo c'è bisogno che ogni singolo individuo sviluppi una presa di coscienza individuale.

Gesù Cristo è stato il più grande rivoluzionario della storia. I suoi insegnamenti sono stati abolizione delle classi sociali, dell'autoritarismo e creazione di un sistema egualitario. Gesù ha combattuto per una libertà integrale piena di perdono, al contrario di chi cerca di imporre il proprio potere.


È chiaro che il vizio mi interessa più della virtù. La virtù non va migliorata, il vizio si può sempre migliorare. Solo così il discorso può essere produttivo.

Non mi sono mai goduto completamente un cazzo di niente e dalla vita ho sempre e soltanto raccolto quello che prevedevo di utilizzare per le canzoni. Ed è una scelta stupidamente scomoda e riduttiva, soprattutto quando verso i quarantacinque anni decidi di darci un taglio e ti metti a vivere come una persona normale. Allora ti accorgi, finalmente, del valore intero delle cose, dello spessore intero delle persone.

Parlando de "La Città Vecchia":
Questa è una canzone che risale al 1962, dove dimostro di aver sempre avuto, sia da giovane che da anziano, pochissime idee ma in compenso fisse. Nel senso che in questa canzone già esprimo quello che ho sempre pensato: che ci sia ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell'errore. Anche perché non ho ancora capito bene, malgrado i miei 58 anni, che cosa sia esattamente la virtù e che cosa esattamente sia l'errore. Basta spostarci di latitudine e vediamo come i valori diventano disvalori e viceversa. Non parliamo poi nello spostarci nel tempo; c'erano morali nel medioevo e nel rinascimento che oggi non sono più assolutamente riconosciuti. Oggi noi ci lamentiamo, vedo che c'è un gran tormento sulla perdita di valori, bisogna aspettare di storicizzarli. Io penso che non è che i giovani di oggi non abbiano valori, hanno sicuramente dei valori che noi non siamo ancora stati in grado di capire bene, perché siamo troppo affezionati ai nostri. Tutto questo per dire, che io non ho nessuna verità assoluta in cui credere, che non ho nessuna certezza in tasca e quindi non la posso neanche regalare a nessuno. Va già molto bene se riesco a regalarvi qualche emozione.



La scelta della solitudine permette di non stare nel mucchio, di non essere contaminati da passioni di parte e di vivere senza giudicare gli errori altrui, senza responsabilizzare nessuno per i nostri.

Cioran, uomo di grande lucidità, diceva che la vita, più che una corsa verso la morte, è una disperata fuga dalla nascita. Quando veniamo al mondo affrontiamo una sofferenza e un disagio che ci portiamo avanti tutta la vita, quelli di un passaggio traumatico da una situazione conosciuta all'ignoto.
Questo è il primo grande disagio. Il secondo, non meno traumatico, è quando ci rendiamo conto che dovremo morire. Per me questa grande consapevolezza è arrivata verso i quattro anni.
L'uomo diventa "grande", diventa spirituale o altro, quando riesce a superare questi disagi senza ignorarli. Ora, se a essi si aggiunge anche l'esercizio della solitudine, ecco che allora forse, a differenza di altri che vivono protetti dal branco, alla fine della tua vita riesci a "consegnare alla morte una goccia di splendore", come recita quel grande poeta colombiano che è Álvaro Mutis.

L'emarginazione può essere il prezzo che si paga per assomigliare al proprio desiderio.

Individualista, certo, ma quando l'individualismo rischia di diventare solitudine, si sveglia in me l'animale sociale, e allora lascio riposare Stiner e riscopro Aristotele.

In una società massificata colui che tenta di uscire dal giro, dai cliché in cui i suoi simili sono abituati a riconoscerlo, non riesce a raggiungere il suo scopo; questa società gli impedisce di realizzare il suo sogno.

Penso di non aver l'obbligo di farmi vedere. Ho scelto un mestiere per cui il mio pubblico verrà formato da uditore. Alla base di tutto sta un desiderio di perfezionismo. Per affrontare una platea, la mia faccia dovrebbe saper dire qualcosa, adattarsi alle mie canzoni, ma questo non lo sa fare. Non sono un personaggio, non ho quindi bisogno di cambiare. Al contrario vorrei che cambiasse il mondo, che è sempre stupidamente uguale, monotono, assurdamente inutilmente cattivo.


Fabrizio De André mi ha cambiato fin dal primo istante in cui ho ascoltato le sue canzoni. Senza di lui ora sarei una persona peggiore. Avevo quattordici anni e non sapevo nulla della vita e in assenza di persone reali e concrete che riuscissero a spiegarmela adeguatamente, mi sono ritrovato a seguire le ideologie di un cantautore che mi ha prima rapito con i suoi ritmi, e poi mi ha aperto gli occhi con la dura realtà raccontata nelle sue canzoni.

Ringrazio il Destino, che un pomeriggio mi ha fatto cadere tra le mani un suo CD.
Ringrazio la mia Curiosità, per avermi dato la forza di non rimetterlo nello scaffale. Ho dovuto resistere molto mentre gli amici mi dicevano che era "roba da vecchio", che c'era di meglio da ascoltare, e che stavo perdendo soldi e tempo. Poveri loro! Non sanno cosa si sono persi.
Ringrazio Faber per avermi emozionato, ispirato, insegnato, educato, divertito ma, soprattutto per avermi consolato in quelle brutte giornate dove non c'era nessuno a cui appoggiarsi.
Tu ci sei sempre stato e da allora ci sarai per sempre.

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